mercoledì, febbraio 23, 2005
La via dov'è il mio negozio è davvero nella sua fase di decadenza. Non c'è neppure un lampione, arrivati ad una certa ora della sera fuori diventa buio pesto e sembra di lavorare in una stazione di servizio su una statale. Sono affamato, ho saltato il pranzo, entro nel bar più vicino e ordino un toast enorme che mangio come un clandestino sbarcato. Il tempo non sazia gli amanti che rubano briciole alla cosa amata. Io amo questo toast al prosciutto, lo amo quando mastico la carta che lo avvolge incollata al formaggio fondente, ogni volta mi fa vivere momenti di angoscia credendo che morirò soffocato: il fulgore della tua gioventù ebe e si estingue nella caciotta, gli amici non ti dimenticheranno, una prece, amen. Morire con un toast da 1 euro e 50 centesimi non mi va a genio. Non avevo mai visto un trabocco turchino, oggi mi è capitato per la prima volta, anche se si trattava solo di una foto: sono palafitte di pescatori abruzzesi, architetture affascinanti che si protendono sul mare. Mi è venuta voglia di visitarli, non pensavo esistesse una cosa così dalle mie parti. Inizio a fantasticare sui questi affari è chissà dove mi porta il cervello: immagino di baracche come relitti arenati sul longomare di Fossacesia, me le figuro quali vele spiegate come un'insulto alla furia degli elementi, come una bandiera di naufraghi eterni che resistono al tempo sognando il giorno del ritorno. Ambizioni che mi gonfiano il petto come aria salubre, un'idea che riscatta la mia figura tragica e schiva che attraversa le rovine della città con la commozione che punge gli occhi nel ricordo della ragazza. Mi siedo e scrivo:
come un'aura di sole attraverso le dita
il suo giardino di miele nella mia bocca
inonda il tempo che ride con la ragione di domani
per un mistero epistolare
non scritto e non letto
da anima umana.
postato da: vonobox alle ore febbraio 23, 2005 00:47 |
Permalink |
commenti
categoria:
sabato, febbraio 19, 2005
Passavo le mie giornate chiuso in pochi metri quadrati di stanza o vagando da lì al bagno fino alla cucina e in soggiorno, come in gioventù beandomi del peso della mia solitudine. Golf giacche e pantaloni che potevano giacere ovunque come fossero piovuti, un guardaroba che non contemplava l'abbigliamento estivo neanche durante la bella stagione. Quell'estate mi trascinarono al mare e dovetti comprare un costume perchè naturalmente non ne avevo uno, fu facile per l'ambulante che me lo vendette farmi pagare un prezzo eccessivo data la mia insipienza nella materia, mi fece coglione con poche cortesie. Era un periodo d'esilio, come ne avevo avuti tanti. Non sapevo quanto sarebbe durato. Ogni tanto sentivo montare la rabbia e pensavo che sarei esploso, anche se in generale preferivo risparmiarmi lo spreco di energie e rifarmi con una cordiale indifferenza. Inutile, certe indolenze per uno come me diventavano uno sforzo superfluo da soffocare nel sonno. Mia madre sosteneva che gli straordinari, misteriose contingenze e secondi lavori avrebbero fruttato bene per me quel mese. Che farne di quella effimera abbondanza? Sarei sempre stato parte di quell'esercito di desperados che vive al di sopra delle proprie possibilità e a cui basta un nulla per finire in rovina. Gli amici pensavano che avrei dovuto scrivere un libro su Thedrumanchine, la trovavo una cosa imbarazzante. Sarebbe stato bello se fosse accaduto, pubblicare un romanzo di culto come i miei eroi letterari e vergare le copie con la mia "x" a chi me le avesse spinte sotto le froge. Croce di Sant'Andrea di fuoco, come sulla copertina di "Los Angeles" degli X, gran pezzo di cow punk quello, come suol dirsi con una ben strana definizione. A proposito di croci e di santi, avevo scoperto una mattina che queste radio dei frati mandavano pure il jazz. Era risaputo che quelle stazioni avevano ripetitori di tal potenza che in certi quartieri si potevano ascoltare perfino nei citofoni, grande cosa il jazz anche nei citofoni! Accesi il sintonizzatore portatile nel gabinetto ed era misteriosamente puntato su quella frequenza, era un ben strano segno del caso in quel periodo. Comunque mi andava anche a genio l'incidente, ero molto preso nel cool (che era anche un pò una metafora della mia condizione esistenziale, si vogliano dunque accettare le più sottili sfumature della locuzione come una corretta interpretazione) tanto avevo un desiderio folle di ascoltare Chet Baker. Quel Baker, guardando le copertine dei suoi dischi veniva voglia di esser come lui, una leggenda fuori dal tempo. Ebbi la stessa sensazione quando acquistai un cofanetto con tre vinili di Tenco, lo stesso giorno che feci un affare con un disco solista di Jeffrey Pierce: sarebbero stati belli in qualunque foto perchè avevano qualcosa che bruciava dentro. Forse anch'io l' avevo o forse avevo sbagliato sapone intimo, ma certamente ero affare di pochi, e non che ne fossi particolarmente infelice perchè loro erano morti e io ero vivo. Insomma, quella volta avevo speso un sacco si soldi con i dischi, poco importava, dovevo fare qualcosa in giro. Ero un bohemien cyberpunk con un passato oscuro nell'azione cattolica dei ragazzi, ma avrei marchiato col fuoco delle lettere e del mio sangue le strade del mio quartiere per poi raderle al suolo con la mia dannazione. Dopo la scuola avevo tentato la fortuna nel lavoro, ma fui sempre destinato a situazioni umilianti. Ricordo ancora bene quella volta, facevo il telefonista, che quel tale si presentò al ricevitore con "pronto? Sei quella grandissima puttana?". Avrei dovuto rispondere: "Testadicazzo, questa ti sembra la voce di tua madre?", ma fui clemente e replicai "mi scusi? No sono della ditta xxx, può passarmi l'interessato?", e lui imbarazzatissimo "Ops, è stato un errore". L'errore è stato solo di quella vacca che ti ha partorito. Ero depresso, una larva, stavo invecchiando nella disperazione del fallimento e non riuscivo a mettere da parte niente. Non sapevo più quanti lavori avevo cambiato, alla fine me ne ero dovuto sempre andare perchè guadagnavo poco. Almeno ero riuscito a superare i 23 anni, ma poi? Non ero più un ragazzino, ero quella grandissima puttana che buttava sangue al telefono per due spicci. Quando ebbi un impeto d'orgoglio fuggii da quel posto per vagare diversi mesi senza requia per la città...
venerdì, febbraio 18, 2005
Quando riascolto la registrazione della mia voce recitante brani di Antonin Artaud è bassa e velata di raucedine come avessi ingoiato un insetto che continui a volarmi in gola, al tempo stesso vi ravviso alcunchè di adolescenziale e vagamente omosex: una ben strana emissione fonetica, ne sono terrorizzato per diversi istanti, sembra qualcosa che non appartiene alla vibrazione delle mie corde e al mio diaframma, semplicemente un rombo che attraversa il mio corpo ma che arriva da altrove al di sotto della coscienza. Sicuramente l'empietà e la forza simbolica del testo aumentano la mia suggestione. Sono io quello: il mostro, il violento, l'angelo schizofrenico della fine. Pensavo di essere completamente rammollito e invece la mia scintilla di follia brilla ancora. Sperimento con il registratore digitale: sbatto porte, riprendo il traffico, percuoto un posacenere. Tra una cazzata e l'altra la giornata passa così finchè la pila dell'apparecchio non si scarica. Questi passatempi sono chiari segni di demenza giovanile, per quanto questa stia passando la mano alla mezza età. Ho speso una vita a fare queste cose, una missione: diventare il Brian Eno di Porta Portese. Ho accumulato una montagna incredibile di immondizia, ho cassetti e armadi pieni di tecnologia obsoleta e fuori servizio. Quando mia madre s'avventura con la testa in un'anta credo venga soverchiata dall'angoscia della macchina e in secondo luogo da quella dello smaltimento dei rifiuti, ove per rifiuto s'intenda: "posso buttarlo?", "no!". Tremiti da infreddatura mi scuotono e deliro con gli occhi lucidi, i grugniti dei Cop Shoot Cop di "Consumer Revolt" assecondano il mio stato di alterazione. Ho un mucchio di idee sulla manipolazione dei suoni a bassa fedeltà, ma qualsiasi cosa cerchi di scrivere nella memoria del registratore non mi sembra mai abbastanza interessante. L'idea poteva partire proprio dalle xilofonie di Artaud o dalla musica concreta, sono sempre a un passo dal giusto ma talvolta non sufficientemente supportato da una costruzione teorica di base. Colpa della mia scoraggiante e scorregiante concentrazione che non mi è mai stata particolarmente d'aiuto in nulla. Non so perchè improvvisamente aspiro nella mia stanza un vago odore mieloso di vecchiaia. Ho appetiti spettrali sulle grucce come aspettative sospese, come la macchina del volo di Tatlin. I miei organi interni sembrano un baratro svuotati della loro polpa, ciclicamente e a turno sono stati abituati a temere di essere colpiti da una malattia irreversibile, la mia ipocondria li ha guidati uno per uno ad un esperienza sensurround oltre la vita e oltre la morte. Ho avuto delle visioni allucinanti pensando che l'assassino di "The End" avrebbe potuto desiderare uccidere la madre e scopare il padre come un Edipo rovesciato, l'Edipo stesso ne sarebbe stato vendicato con il vero suicidio della società, e c'è dell humor in tutto questo. Forse ho frequentato i locali sbagliati. Forse sto passando di nuovo troppo tempo abbandonato a me stesso e parlo solo se interpellato: in genere sono chiamato a riferire quanto costa cosa o quanto ho guadagnato, poi finiscono i giochi e non se ne fotte più nessuno, io per primo. Posso accendere la radio, ma la mia stazione favorita è fortemente attraversata da disturbi, comunque c'è qualcuno che parla e questo va bene. Dopo un pò, non riuscendo a capire niente, decido di ascoltare la trasmissione in internet in streaming per un buon tempo, fin quando ad una conversazione cordiale intervallata da brani musicali segue un reading greve. La stanchezza mentale stà montando e inizio a starnutire. Per la cronaca sono l'inventore di fantasiosi gesti inutili, ma salvo solo le poche parole che ho scritto per una pallida creatura di notte: in una sfumatura del mogano nel serico brunire la luce della sua alba lunare negli emisferi chiari, l'intorno vi dondola non appena più quieto.
lunedì, febbraio 14, 2005
Sono perduto da qualche parte, ritornerò, arrivederci.
lunedì, febbraio 07, 2005
Ho ascoltato quella voce al telefono, più calda di quando non era distante. Sembrava scoprire una dimensione nuova della mia memoria, frugare tra gli oggetti dell'amico estinto: qui hai camminato, qui ti sei abbandonato precipitato nella vaghezza di un sogno che era la tua vita lasciandola cadere lontano. Vono è morto e Vono è vivo. Una prece per Vono lo stupido, una preghiera come quelle di mia zia che sintonizzata su una stazione religiosa mi dice: "Ave Maria...te ce vorebbe nà zampata ar culo a te, Francè...piena di grazia, ecc...", volendo augurare tra le nostre grasse risa una intercessione in mio favore da parte di potenti. Addio, addio e poi a mai più rivederci. Le mie passioni sigillate in un sospiro che piega le labbra che mi erano più dolci alla volontà del sussurrare "per sempre", docili nella resa "mai più". Un saluto al miracolato, la sua scia come il filo di un razzo suicida che ferisce il cielo, il suo gioco spezzato di ritorni che ci appare freddo nella carne come un paradiso androide ai suoi occhi, quale stella è la sua lacrima nel risveglio? Il passaggio dalla zona d'ombra è vuoto, appena un segno confuso nell'alba, nessuna lacrima per i suoi occhi che trattengono la luce del mondo, orbite che scrutano il buio. Buongiorno giovanotto triste, questo è il tuo deliqiuo più amabile, ma una gran scemata in lettere sovente, piena di sentimento. E' una buona abitudine la poesia, potendo morire dove nasce. E se neanche stavolta crepo, raccogliete comunque le mie memorie dalla polvere. La cenere divora gli imperi, quel'etere che è il ricetto di popoli estinti con un posto alla mensa dei giusti monderà la pena di addentare una fettuccina coi carciofi metre in tv va una pubblicità su un programma che parla di emorroidi. Bolso, cheto vivere: che il cielo mi perdoni per la mia diserzione nell'amore e nell'intelligenza, perchè son empio nell'estistere nell'ombra di me. Tu che mi vieni a cercare quando ormai è tardi, l'eternità è alle porte, potrebbe essere il nostro tempo un impaccio esiziale, per quanto si è veduto oltre ogni piano dietro le porte della realtà e pure con l'incoffesabile mostro della dabbenaggine? Ma no, tu sai, è tutto ciò magnifico: un turbine in cui non esiste fine, un rapimento che diventa un senso acuto. Io sono un polso di ferro a mio modo, con la saga di Bandini tra le mani crepate e piagate del freddo che alita su di me. Ah, quelle mani non conoscono requia, vi stendo sopra una crema che vorrebbero in uso tra portuali e pescatori nordici, una ipotesi senz'altro molto suggestiva se non mi bruciasse da mozzare il fiato. Tengo gli arti sospesi a mezz'aria come se un petardo di frabbricazione artigianale tipo "'a bomba 'e Maradona" mi fosse esploso tra le mani. Non me ne frega niente, raccolgo la sfida e inizio a pestare sulla tastiera del pc in cerca di qualcosa di sensato da scrivere. Una lettura infernale in questi ultimi mesi: l'intero opus di Franz Kafka, quello di John Fante, qualche Landolfi sparso, qualche verso di Boris Vian, Bret Easton Ellis, ecc. Quelle quattro cose su cui ho mai lasciato scorrere lo sguardo come un rasoio in vita mia. Di Vian mi sono fatto sfuggire una intera collezione in svendita, ma a quel tempo non avevo un lavoro. Non lo conosco bene, ma mi pare un tipo in gamba quello. Il prossimo libro potrebbe essere di Cèline, è da tempo che mi riprometto di leggere qualcosa, l'aver veduto una edizione economica di "Viaggio al termine dellla notte" mentre giravo perduto in una stazione ferroviaria come la pallina di un flipper in moviola mi ha convinto definitivamente. Ora ho iniziato a leggere più libri contemporaneamente, ho sempre avuto paura di farlo, in realtà funziona molto bene. Non pensarci, è un salto nel buio come ogni cosa per sopravvivere, poi ho la crema come i dockers di qualche genia barbarica, che devo temere? Si capisce che un periodo difficile dal fatto che passo molto del mio tempo a dormire. Ogni volta che ho qualche questione sospesa vengo soverchiato dal sonno, il solo pensarci mi stende. La sapete la storia di quel post a cui non riuscivo a trovare una fine? Un giorno ve la racconterò...
postato da: vonobox alle ore febbraio 07, 2005 23:05 |
Permalink |
commenti
categoria:
giovedì, febbraio 03, 2005
Bisognerebbe che ascoltassi tutto il giorno Stockhausen e John Cage, l'intrattenermi con queste canzoni sentimentali m'infonde un esecrabile senso di tristezza, ancor più delle freddure della Settimana Enigmistica. Già per mia natura mi sento come un vecchio patetico di fronte all'averno nell'istante che precede la fatidica esalazione, sarà più opportuno che ascolti dell'avant punk come sono solito fare. E' questo un aspetto della mia innocenza che mi duole, il senso di colpa non suffragato da una equa lucidità mentale. Eppure non ho combinato alcunchè, inteso come nulla di importante. Non basterebbe ciò a guadagnarmi l'abiezione del destino? A che pro, ammesso che realmente di ciò si tratti? Perchè non sono sicuro del senso di ciò che rimane in sospensione. No, è un vero casino: chi dice che si poteva evitare cosa, chi lo può con la certezza delle scienze esatte e ovunque esse contemplino una possibilità pur menoma di errore, proprio il quale spesso le induce ad un avanzamento inatteso? Non io di certo, con il modo maldestro e visionario, laddove le profondità della conoscenza risiedono nel dubbio. Sono in errore, poichè anche l'avant punk mi parla dei sentimenti più semplici ad un diverso grado di partecipazione, una consepevolezza complessa di uno stato delle cose più vasto ed empatico: "forse l'amore è una tomba dove tu danzi di notte"... Forse, senz'altro per me. E' una sensazione più precisa, fedele, carnale della realtà. La notte è davvero una danza macabra con una pietra sul mio amore, io ausculto ogni variazione dei temi popolari dal cuore delle tenebre, è l'umbra che disegna l'imago del me più cheto e ponderante nel calore della cueva. Con ciò ho voluto dir nulla come mio solito, annoiare con la mia verbosità perchè preso in un minimalismo straniante. Mi domando un mucchio di cose, a volte mi domando se mi domando tali cose, ormai è un esercizio ozioso e anche scrivere serve a non dar di matto (è da appurarsi se nel mio caso specifico ciò sia davvero utile allo scopo con una forte tendenza alla confutazione di tale teoria). Un poco alla volta, colpo su colpo e altre abusate locuzioni del genere, il Vono ha costruito il suo opus minimo (o minimal che dir si voglia), ma molti confondo l'uomo nel suo infagottamento torpido. In effetti c'ho sonno e sarà che vado a dormire che sto scrivendo con gli occhi ridotti ad un taglio sotto le ciglia appesantite. Un post veramente palloso questo, neache lo rileggo che non ne ho voglia perfino io.
postato da: vonobox alle ore febbraio 03, 2005 03:18 |
Permalink |
commenti
categoria: