Le mie mani erano macchiate d'inchiostro nero dallo scrivere, piuttosto caldo per il periodo, una incipienza di primavera attardata, forse anche per via dell'ambiente non climatizzato. Non che stessi sudando, ma l'aria era quasi densa al respiro e spessa come una nebbia ineffabile agli occhi. Pure erano giorni di questua brada: più d'un ambulante passava a piedi filato di fronte alla porta dell'esercizio per arretrare dopo pochi passi e tentare la sorte con me, nel caso di una fallita vendita in genere domandavano un aiuto in spiccioli e io avevo "cash" scritto in faccia. Avendo ultimato le pulizie nelle vetrine decisi di dare uno sguardo allo schedario dei profumi. Vi appresi che il benzoino è una resina, così come la mirra, non una sostanza chimica come ero stato indotto a pensare per via dell'assonanza con la benzina. Cercai di trovare qualche interesse in questa mia scoperta, che me ne frega, pensai infatti. Il mio corpo era strappato da spasmi la cui natura compresi meglio quando il cielo iniziò ad oscurarsi segretandosi in una simulazione di notte e poco dopo piovere annunciandosi con borbottii rugginosi, la mia meteoropatia. Fuori cadeva l'acqua più fitta della stagione e avevo con me solo una giacca a vento blu alla marinara e indosso la tenuta primaverile che avevo acquistato pure con una certa reticenza per fare presenza in negozio, adesso avevo più appeal e andavo maledicendo contro ogni sentimento religioso l'immagine del damerino che le superfici a specchio mi restituivano nel riflesso mentre fuori gli elementi si mescolavano ricombinandosi a piacere. Quella notte avevo fatto un ben strano sogno: me ne andavo tutto contento verso casa con qualcosa come un libro di astrologia sotto il braccio, entrai nella profumeria vicino al mio palazzo e c'era ancora la vecchia gestione di qualche anno prima con cui ero in confidenza. Aprii una botola sul pavimento e feci per scendere in un corridoio sottostante che doveva condurre con una scorciatoia all'appartamento della mia famiglia. Fui fermato sui mie passi dalla padrona del locale, mi spiegò che il passaggio quel giorno era chiuso e che un fantasma aveva rubato da li un quadrato di quelli che incrociandosi diagonalmente formavano una specie di stella abitualmente appesa sopra una parete. Sapevo che il parallelepipedo superstite era uno, che nella sua solitudine ora immaginavo però perpendicolare con le linee dell'architettura. Richiusi la botola e me ne andai anche sorridendo con leggerezza come se fosse un fastidio di poco conto, diretto verso casa per una via più consueta. Solo nel pomeriggio pensai di mettere in relazione l'incompletezza della figura con la chiusura del passaggio. Esiste in una zona di scambio tra la coscienza fluente ed il sogno, un'altra coscienza dove poche sere prima avevo visto, tra molte cose, fiori bianchi galleggiare nel nero: dovevo essere morto nel posto dov'ero, ma la fine era un fiume che tornava in figure e colori senza estinguersi. La pace cui agognavo pervicace e ostile in tempi in cui il disgusto verso la vita mi ghermiva selvaggio. Le cose erano cambiate in fretta quanto si erano rincorse, adesso mi ero consegnato arrendevole ad un altro idillio e più d'ogni cosa m'importava di emolliere le piaghe dell'infelicità che incrostavano la mia esistenza di un tempo perfino recente. Mi domandavo cosa ci fosse dopo la felicità, un' oscillazione forse e poi un ritorno, se fosse davvero possibile afferarla piena e perpetua in sè, e quella mi pareva una condizione possibile che dovesse presupporre però una volontà completa e/o una completa mancanza di essa. Un labile confine della coscienza e della conoscenza per quello che ci è dato come misura della sicurezza della scienza, dove risiede l'ansia dell'ignoto, come un pretesto della follia, eppure non sapendo se quel mistero risponde a dolore. Ben complicate considerazioni, le risposte erano da scoprirsi a mie proprie spese, ma ero riluttante e anche un pò molto cacasotto. Superato il limite della ragionevolezza d'una chiamata al telefono, fissato intorno alle 3 della notte, l'occasione era perduta. Forse no, si poteva tentare l'ardire, ma l'ardire poi non si tentava e il limite sarebbe forse caduto nella sfera dell'ineluttabile. E allora c'era solo da attendere...
Retarttile d'artista, episodi perduti::::Trovo un'agenda per prendere appunti sopra una mensola alta e passo metà nottata a ripulirla da incompiuti giovanili. Quando rileggo quelle composizioni la stitichezza s'impadronisce di me: molti mi rimproverano la mia mancanza di costanza nel coltivare i miei talenti umanistici, ma se il frutto di tanto mestiere sono questi timidi tentativi d'ispirazione simbolista e beat, vagamente ed in maniera esecrabile barocchi, sia lodata allora la mia indolenza. Per coincidenza questa è una vecchia agenda scolastica sulla pallacanestro, nel fine settimana ho finalmente trovato i Diari Del Basket di Jim Carroll che tanto desideravo leggere. Ho praticato quello sport in gioventù, mediocremente (ero privo di talento nelle attività fisiche e in particolar modo sovrappeso), questo diario è l'incauto regalo di un congiunto. Anticipo di una fermata la mia discesa dal bus per camminare accanto ad una fila di alberi dalle fronde rosa scendendo verso la piazza bagnata di luce e calore con Lesson#1 di Glenn Branca in cuffia. Schnitzler e Branca, Joyce e Squirrell Bait, festa di compleanno e Dead C ascoltati di notte alla radio. Se posso distrarmi da quello che sto facendo sono contento. Ora manco al mio proposito di tirare giù la tenda da sole sotto l'insegna. Afferro il gancio e giro finche non è stesa ad arginare il primo sole caldo di primavera, com'è lo spasmo persistente che s'irradia dai miei nervi. La superficie grinzosa conferisce alla tenda l'aspetto di un lastrone di marmo di una architettura area. Ci sono molte cose da scrivere, forse mi interessa la scrittura anche solo come grafema. Ormai sono in una condizione straordinaria, integralmente, come ho potuto osservare dall'esperienza senza riconoscere le circostanze incidenti in fieri. Forse si risolve tutto in un errore di stima. Nessuno dei commercianti di questa strada ha preso confidenza con me, li vedo passare spesso qui di fronte ma con nessuno di essi ho mai avviato una conversazione degna di questo nome. Quell'indiano che entra ha uno sputo sul mento, vorrà dei soldi. Infatti, ma non ne ho: ho dato gli ultimi ad un tale senza un braccio, ma non lo raggiungerai neanche correndo perchè sarà stato più di un ora fa. Se ne va scoglionato passandosi la mano sul viso e sospirando. Sono salito su un treno a mezzanotte senza soldi e senza biglietto, l'ultimo verso l'aeroporto. Non era per la festa di compleanno, quando ho sentito i Dead C alla radio, m'inganno. Un tale in stazione ha preteso che gli lasciassi le mie sole carte del telefono per fare della chiamate al volo, senza curarsi troppo del fatto che potessero servire anche a me. Non mi va di discutere con tipi come quello, avrei desiderato fargli una rettoscopia con la cornetta dell'apparecchio pubblico infilandogli nel culo anche tutto il cavo di metallo. Una corsa sotto la pioggia battente, prima vedi la luce e poi senti il suono di zeppelin esploso da fermo. Ho la borsa piena di libri per l'infanzia che ho lasciato in giro e un cambio per la notte precedente, mi fermassero in stato d'amnesia sarebbe difficile comprendere qual'è il mio posto sul pianeta terra. Non mi sono ancora preso un giorno di malattia da quando lavoro qui, è significativo o no? Meglio non dirlo. Brave flashback di spine di ortica nelle chiappe in campeggio, perchè Il Richiamo Della Foresta a quest'ora alla radio? Che razza di nome è Jack London? Sarebbe come dire Gennaro Napoli, ma non avrebbe nessuna credibilità. E' mai venuto in mente a qualcuno? Sicuro non alla voce narrante in streaming, orca l'oca che pesantezza, giusto il colpo di grazia alle 2 di notte. Voul dire che andrò in branda senza ulteriori sollecitazioni.

