sabato, luglio 23, 2005
E' per me una tentazione arduamente reprimibile far uso di locuzioni cadute in disgrazia, lontano dai favori del linguaggio corrente, di cui io medesimo ho memoria suscettibile di labilità. Non è tutto: questa è la mia battaglia bipartisan con e contro la lingua, che mi pare di non dominare. Il mio avventurismo dialettico e diaristico (timidamente autobiografico ma autoreferenziale al punto dell'implosione) mi impone un contegno ambiguo nei confronti delle concessioni alla mia vita nell'arte, come un idillio tormentoso. Qualche istante nella fucina dell'arte e io non vorrei più essere io, come nella poesia di Gozzano ma rovesciandone l'intrinseche brame nel disconoscimento. Comprendo bene che dove lavoro tutti mi considerano un demente senza che io ormai riesca a confutare questa impressione, spesso anzi rinnovandola nei miei detrattori in atto, pensiero e gesto come per una volontà superiore di perseguire il cazzeggio via inalienabile predestinazione. Non potrebbe essere possibile altrimenti, l'oracolo si è pronunciato per me, che ogni accusa di negligenza mossa contro la mia persona debba cadere ridicolmente nel vuoto per congiunzioni sublimi, come le mura di una città laida crollerebbero sotto il martello del fio divino. Muovo con timore nella caligine della città bocconi esalata dalla maceria inerme battuta dalle tempeste e vinta come la di se memoria e con la di se memoria, dove non sono martire e testimonio della mia rovina nè d'altri per mano mia. Non posso ricordare, ricostruisco intorno alla maceria nuda che è il perimetro e il contagio della mia vita in arte. Io sono uno, non soltanto in misura della mia unità matematica all'interno del ben vasto consorzio umano, ma per prendere una vacanza da me stesso. Il ricetto della mia presenza, che sembri disabitato all'esistere, dove astrarmi per riconoscermi finalmente nel contagio. Sopravvivere, vivere al di sopra, e sotto, la città maledetta nella sua condotta dissoluta. No, no e no, fottetevi dico, perchè io mi annoio. Mi annoio come la solitudine di un cane a molestar passanti con abbai devastanti dietro inferriate non valicate, mi annoio come la tensione del nylon eunuco dell'arto, mi annoio coltivando l'arte per alleviare la noia. Mi annoio un giorno, due giorni, tre giorni, mezzo fine settimana e mi annoio pre-feriale. Mi annoio guardato in tralice e annodato all'odio per riflesso, mi annoio in trance e non potendo dormire. Mi annoio in calce e con le coppe levate delle libagioni, mi annoio, brindate su questo cazzo.
postato da: vonobox alle ore luglio 23, 2005 02:28 | Permalink | commenti (3)
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venerdì, luglio 15, 2005
"Parole a tergo et umide di pianto" (incuding "In acque quiete giacqui senza requia" and "Ma che avrà voluto dì?").
Come in Cancroregina di Landolfi, alla maniera di Poe nel Corvo, ero weak and weary, ma così soltanto che non avevo voglia di leggere alcunchè neppure di essoterico (nell'immaginario collettivo si tratta di pubblicazioni rivolte ad individui di dubbio costume). E come nei peggiori momenti migliori non occorreva neppure una buona ragione per essere depresso, tutto investendo e travolgendo l'ordine dipendente del mio stato, disatteso. Eppure senza tensione non mi era possibile generare la vibrazione affinchè ogni cosa funzionasse quanto meno lungi da una condizione pari alla completà possibilità, o così almeno andavo cogitando sopra la mia vita. Questo clima di straordinarietà degli eventi si annunciò in principio dabbasso. Alle ore 19 e 30 del giorno *** (un sabato sera) la pressione dell'acqua discese in modo vertiginoso in tre condomini affacciati sulla mia strada fino al collasso completo del sistema irrorante lavelli, tazze e bidè. Nel giro di mezz'ora si aprì una voragine nel marciapiede di fronte al civico *** a causa dell'esplosione di una tubatura mondante il terreno come un pezzo di pandoro. Troppo presto per i residenti si pose l'annoso problema ambientale e logistico di cui nessuno avrebbe voluto occuparsi direttamente: smaltire la merda! Oddio, un incubo iperrealista! Ma il vero problema era di natura interiore per me, nonostante l'impossibilità di utilizzare lo sciacquone già costituisse una ragione di profondo turbamento: il vero pezzo inaffondabile era non altri che io, l'ingordo et inglorioso tarzanello sull'ultimo accento di nevermore forever, la memoria posterierore divenuta conoscenza primitiva in un sogno impossibile da ricordare per un risveglio semicosciente nella sintesi sovrapposta alla vita fantastica e speculare di cui appena si è previsto il rumore viaggiante nell'acqua sfiorato sulla superficie. Ora una cavità erosa, ora un residuo solido di sollecitazioni aree. Una catastrofe in miniatura.
postato da: vonobox alle ore luglio 15, 2005 01:05 | Permalink | commenti (2)
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