lunedì, ottobre 31, 2005
C'è molto di eccitante nella scrittura sul campo, con il problema di marciare nell'eco dell'antico "ho visto le migliori menti della mia generazione", ma pure è vero che le diaspore genera-no-na-zioni sotteranee dai territori non contigui e spesso succede di riconoscersi empatizzando immediatamente. Dove nella filigrana dell'arte si tange l'uomo lo si solleva dalla pena di parlare a se stesso. Ho comperato un nuovo taccuino che voglio adoperare solo l'esercizio delle lettere e mi coglie una ispirazione brillante, il discorso fluisce senza i soliti ripensamenti e le solite cancellature che in genere rendono i miei appunti impraticabili. Potenza della suggestione e della fantasia velleitaristica, comunque la mia calligrafia rimane sempre più simile al cirillico che all'italiano. L'agio di avere qualche soldo in più, tra lavori extra e regali di compleanno, mi rende troppo eccitabile e pericolosamente incline alla spesa. Pensandoci, sono sempre contento di quello che compro, non è un problema. Adesso mi piacerebbe possedere un computer nuovo, con un sistema più stabile e più potente, infine di dimensioni d'asporto. Credo che l'acquisterò con la liquidazione, anche se comprendo bene che per me quella dannata macchina è fonte di dissoluzione, perchè da quando ho preso l'abitudine di sederci davanti il mio sonno non è più quello pieno di una volta. Il guaio è che il pc è ipnotico più della tv, in maniera più subdola, con un inferno di ipertesti e collegamenti che portano sempre altrove. Stanotte ho scovato una pagina in internet dove si può realizzare un manifesto da ricercato in stile vecchio west con la propria foto, gratis, ed inventare anche la scritta da farci comparire sopra: una cosa veramente cretina se ci penso, ma quel che è peggio  è che mi sono cimentato in questa operazione di dubbio spessore morale, per di più scrivendo sotto la mia faccia "ricercato per aver pisciato fuori dalla tazza" e ridendone da solo come un mentecatto. Ormai macchiato di tanta barbaria, ho spento il pc. Sento che lo stress mi ha vinto, detesto l'dea di dormire, peraltro non ci riesco tanto facilmente, ma quando inizio altrettanto difficilmente riesco a svegliarmi: devess'ere una sorta di memento mori. Non posso continuare a fare le ore piccole per cazzate del genere, c'è un mondo là fuori, per quanto non è certo che sia una buona notizia, dove si può anche orinare sul bordo tazza in maniera più o meno anonima.
postato da: vonobox alle ore ottobre 31, 2005 00:20 | Permalink | commenti
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venerdì, ottobre 28, 2005
Una ragnatela di suoni
by Vono
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Sono le 3 e 20 del mattino, ho spento il computer, l'ho fatto. Ho detto a me stesso che magari è meglio recuperare il tempo della mia vita, benchè ritenga di aver bisogno di lavorare con maggior tenacia, al punto da considerare l'acquisto di un laptop per scrivere anche al cacatore. Il problema è ammortizzare i tempi, non posso sempre ricopiare tutto da fogliacci di squallide agende regalate a natale da qualche cooperativa, è una doppia fatica ed è poco immediato. Quella del portatile è un ottima idea, così non dovrò mai più chiudere la sessione e preoccuparmi del mio tempo libero, perchè non ce ne sarà più. No, è ora di dire basta: non m'interessa se sono in ritardo con alcuno/alcunchè, dirò che mi stavo facendo i cazzi miei, è un'apologia inoppugnabile che tutti possono capire. Finita la selezione dell'ultimo cd di quelli che serviranno per il dj set di Loveless, dò requia al computer e finalmente vado a dormire. Il mattino seguente sono pronto per tornare a scrivere questo articolo, così cerco di ricostruire la settimana trascorsa dalla montagna di appunti cartaceei sparsi in ogni recesso del locale.
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Dai taccuini del Vono...
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Ho avuto un invito per il concerto dei Dead Cigarettes, immagino che questo gruppo farà strada, evidentemente porto rogna: appena arrivo al locale mi fanno sapere che è il loro ultimo concerto. Mi ricordo che una volta dissi ad Antonio "facciamo un demo in presa diretta e mandiamolo a John Peel, vediamo se chiama anche noi a fare una session", poco tempo dopo il povero speaker della BBC moriva prematuramente. Forse devo evitare di fare il talent scout. Sono sgomento, vorrei dire qualcosa per convincere i ragazzi del gruppo a tornare sui loro passi, ma non sono capace di farlo sufficientemente in fretta: semplicemente incasso il colpo e mi complimento per come hanno suonato. Mi pare strano ascoltare quattro persone che si esibiscono sopra un palco con quell'empito e quella compattezza, poi sapere che il processo di dissoluzione della band è probabilmente irreversibile. Io non credo che molleranno così a cuor leggero. Nel frattempo un gruppo di redskins cerca di eliminare lo staff di Loveless e buona parte del pubblico presente con un pogo invasato, cerco rifugio dalla sicura contusione montando in piedi sopra un sedile, da lì mi godo il massacro come si farebbe con la vista di dolci poggi e terre lavorate all'aratro da una posizione di favore in un bivacco bucolico. I Dead Cigarettes ci danno dentro con il loro garage psichedelico, sono scatenati: io direi che sono i Fuzztones romani, tiè ("Lysergic Emanations" risuona ora nella mia stanza in forma di doppio omaggio). Tutti esortano il gruppo a non mollare, per soliderietà il cantante viene anche gettato a terra con una spallata, ma è il delirio con le good vibrations. "Dovresti sentire la nostra versione di Louie Louie", dicevano quelli, infatti così si clonclude la faccenda e mi eclisso nella notte. Devo pensare al prossimo dj set, come al solito ho perso tempo. Quando c'è da organizzare una serata io seguo una linea dura: tutto all'ultimo momento, di corsa e prendendosela con gli altri. Solo così la magia si ricrea sempre. Ho realizzato delle locandine e dei flyers a colori con la copetina di "Stoneage Romeos" degli Hoodoo Gurus: c'è disegnato un dinosauro che cerca di ghermire una donna delle caverne, così qualcuno mi ha chiesto perchè ci ho messo Gozzilla, ma io ero troppo sorpreso dall'ottima intuizione per demolire le sue sicurezze. La schizofrenia logora l'uomo: mi ritrovo pochi giorni dopo all'Auditorium perchè mi hanno regalato un biglietto per il concerto di Sakamoto con Alva Noto, e osservo con inquietudine che la desinenza in "oto" nel nome dei due performers genera una accidentale e risibile rima baciata che fa subodorare la beffa. In realtà la musica del duo è di una delicatezza e di una profondità per me insperate, irretita nell'ambient e nei minimalismi più melanconici, fino a trasfigurarsi -nel momento migliore- in un vortice da teoria dei colori che rivela la purezza da trance orrizzontale ottenuta per saturazione (tutto accompagnato nella sua lunghezza da video installazioni interattive intellegibili e definite dal nostro gruppetto senza troppe cerimonie "flash degli scarabocchi"). Sakamoto è molto più intelligente e meno pedante o "easy" di quanto la gente lo consideri: personalmente non posso sottovalutare il geniale compositore del sorprendente "Dischord" o il brillante arrangiatore degli episodi più eminenti di Sylvian (l'incantevole e notturno "Secrets Of The Beehive" su tutto), per quanto il resto della sua opera mi sia ignota. Una destrutturata "Forbidden Colors" in versione meta-pop commuove e disorienta più d'uno, per molti è un regalo speciale, e mi accorgo di quanto quella nuda melodia riecheggiata dal solo piano sia un paradigma di bellezza trascendente.
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Parte terza-The day after
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I Seeds girano sul piatto, Antonio non è riuscito a farsi una ragione del fatto che ho abolito il lettore cd dal mio impianto, ma saranno cazzi miei anche se rimane sospeso nell'atto di cercare una qualunque fessura buona dove inserire quel dannato dischetto che va proponendomi. Comunque ho appena acquistato la ristampa di "A web of sound" e lo voglio ascoltare, che importa se è gia la quinta volta di seguito? E poi il mio impianto ha un discreto groove, ho letto tante di quelle frescacce sui siti specializzati prima di metterlo insieme con i miei risparmi tutto di seconda mano, e il vinile 125 grammi lo sublima in maniera soddisfacente con tutte la nuance dell'analogico: è come aprire un buon vecchio libro davanti al caminetto, ma non pretendo che tutti condividano questi sentimenti e la mania rituale dell'audiofilo/musicofilo scassacapperi da medio/basso-budget. Sono stanco, la mia doppia vita di volgare ed inetto commesso in un negozio per signore ed indefinita scheggia dell'underground mi debilita. Devo recuperare troppe ore di sonno, troppe cose non fatte/non dette/non scritte, ma non in questa sede. Per adesso getto la spugna e anche il bagnoschiuma, le forze non mi sostengono dopo la notte di ieri al locale passata a cazzeggiare e mettere i dischi , ma la differenza tra le due cose non è così lampante. Magari un'altra volta vi racconto i dettagli.
postato da: vonobox alle ore ottobre 28, 2005 01:59 | Permalink | commenti
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venerdì, ottobre 21, 2005
Contrariamente a quanto mi era stato riferito, dovevo lasciare il mio posto di lavoro due mesi prima della data stabilita per la cessazione dell'attività, cosa che mi fu comunicata con informale laconicità nel corso di una telefonata il cui contenuto era la sinossi della demenza precox. Non mi era stato dato alcun preavviso, avrei dovuto togliere il disturbo quanto più in fretta possibile per fare un favore a loro, e non si erano neanche preoccupati di venire a dirmi due parole viso a viso! Dopo alcune trattative, ebbi ragione su tutta la faccenda. La questione che continuava a tormentarmi era, in varie forme, non propriamente l'angoscia del futuro (cui anche associavo l'orrore della dissoluzione), ma il tempo che mi rimaneva. Volevo liberarmi di tutte le idee, dovevo farlo prima che mi riconoscessero con la pena della prole non generata. Se tutto questo avesse dovuto farmi sentire anche minimamente in colpa, avrei potuto voltare la testa (quella decollata a cui sussurare "ti ho baciato la bocca", in un deliquio di eros e tanatos, nel banchetto dei folli nutrito dell'inane abietto) e, voltate le spalle, guardare il sogno dove si era interrotto, con orrore di sè. Anche questa era un emozione, una possibilità ripetibile solo nella lente della vita in arte. Non si sapeva bene cosa fossi, mi sentivo affine all'artista ramingo, avevo dato anche una sitemazione alla mia stanza che la faceva sembrare un celebre quadro di Van Gogh. Ero giunto all'espressionismo dell'impressionismo, ormai deformavo la realtà a misura della sua (mia) interpretazione. Era un'arma micidiale, un tipo di patafisica decadente contro cui probabilmente non c'era lotta, almeno in quel periodo della mia vita, o forse la sua efficacia si era svelata lentamente. La gente diventa facilmente garrula, come una canzonaccia reazionaria, per giustificare l'aspetto più insopportabilmente meschino della propria esistenza, per quanto ogni altro canale dell'intelligenza sopra-vegetale è occluso e sedato nell'animo, come sopito decubito e prossimo al freddo. Perchè dovessero sottrarre a me lo spazio era una cosa umanamente comprensibile, ma rientrava comunque nel numero delle ingiustizie aggravate dalla cieca e imponderata perseveranza. Risultato di tanto accanimento fu l'indegna fine per tutti al lavoro, come si è detto all'inizio, salvo che proprio per me che ero pronto a gettarmi nell'avventura di una esistenza notturna e in sordina.   
postato da: vonobox alle ore ottobre 21, 2005 04:08 | Permalink | commenti
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venerdì, ottobre 14, 2005
 
I Dead Cigarettes sono dei bravi ragazzi, lo so perchè ci siamo ritrovati a parlare dei Gun Club, dei Fall, degli Stooges e di altri gruppi cazzuti del genere. La prima volta che li ho visti dal vivo ho subito pensato ai Beasts Of Bourbon! Mi è sembrato che fosse un gruppo fantastico, e ci ho preso: dal quel primo timido articolo che ho pubblicato su Loveless per segnalarli hanno ricevuto il giusto tributo di interesse che meritavano. Questa qui sopra è la locandina, evidentemente scritta a mano sul tram in corsa ed adoperando la schiena di un malcapitato quale appoggio di fortuna, pubblicizzante il loro concerto di Sabato: prendete e divulgate, prima che succeda a voi quel che succede al barboncino in basso a destra nell'immagine.
postato da: vonobox alle ore ottobre 14, 2005 04:10 | Permalink | commenti
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martedì, ottobre 11, 2005
 
Si tratta di andare oltre
il ramo della coscienza
con la canzone dell'esule
come una carta spiegata
contro il vento
e bianca
come la bandiera
della resa senza condizione
della mia esistenza barricadera.
Puoi soffiarlo sotto il sale
della tua forma greve
con il dito sulla bocca
come se col medesimo saggiassi
il ventre di un greto sconnesso
non essudante più neppure requia,
e tu ci annegheresti
per voler dire
perchè l'empito
della natura più selvatica
debba sempre estinguersi.
Oh, non credo sia un talento,
dev'essere una malattia.
postato da: vonobox alle ore ottobre 11, 2005 21:49 | Permalink | commenti
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mercoledì, ottobre 05, 2005
 
postato da: vonobox alle ore ottobre 05, 2005 14:52 | Permalink | commenti (1)
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martedì, ottobre 04, 2005
Mi sollevai da terra, dov'ero spalmato quale un ciavuscolo decorticato, per agganciare il ricevitore: tanto era durata quell'ultima conversazione da fiaccarmi definitivamente. Cercavo di raggiungere la posizione eretta, e lo facevo con la medesima sensazione di sconfitta di quando in gioventù (praticando allora io il fondo a livello sotto dilettantistico) ritrovavo l'equilibrio in seguito ad una caduta spingendo sulle braccia, ma con le mani saldamente piantate in quello che credevo un pantano ed invece alla fine riconoscevo come merda di cavallo. Mi trovavo, in virtù di diverse circostanze, da solo in un momento in cui non c'era che da rompersi il cazzo e rassegnarsi al concetto di fine delle ferie. Pochi giorni dopo, parzialmente preda del consumo depressivo, avevo un giradischi nuovo (o in luogo di questo, un cassone da tumulazione fabbricato Svizzera con un massiccio rivestimento di legno orribilmente pesante, il cui trasporto a mano nella metropolitana fu non meno che doloroso). A dispetto di tutto non riuscivo più a comprare nessun disco, niente era di mio gusto. Il mio contegno era in breve mutato, con le prime pioggie a chiudere l'estate: si sarebbe potuto riconoscere in me il mostro di un passato recente, benchè inumato sotto un mucchio di cadute di tono che ne disegnavano il profilo dalla flaccida massa agonizzante. Incontrando la mia poco rassicurante immagine nelle specchio del water alle 4 di notte (barba incolta, capelli unti, maglietta ugualmente unta e gualcita dei Devo indosso) riuscivo solo pensare: se c'è qualche problema chiama il Dr. Detroit. Colpa anche della t-shirt, certo. Ricordavo bene quel video dei Devo ed altri simili: se fossi mai capitato nello studio di un Dottor Detroit qualsiasi, lì mi avrebbe accolto una infermiera fetish offrendomi un beverone fumante dai sicuri effetti lassativi. Nulla di troppo diverso, comunque, dalla linea perseguita con sprezzo della dignità professionale dal mio ultimo medico curante. In negozio non sapevo bene che fare, vero è che pure rada presenza umana non voleva comparire in soccorso a designare qualunque ufficio. Non è che la cosa mi dispiacesse completamente: mi annoiavo, nei casi peggiori, poi trornavo a casa, buttavo le scarpe in un angolo e finiva lì. C'era solo che ultimamente avevo comprato sempre calzature scadenti, puzzavano da fare schifo e ti lasciavano quell'odore odore tremendo sulla pelle, tanto che chi entrava nella mia stanza torceva il naso e pareva annusare cosa morta. Però avevo speso poco, una bella soddisfazione. E' che ogni soldo versato in vestiario mi pareva sottratto a dischi, libri e films. Questo non mi aveva impedito di acquistare magliette di gruppi anni 80, spille ed un portafogli con su stampate le locandine dei concerti dei nomi storici dell'hardcore americano (tipo: Black Flag + Minutemen + Flipper, peccato non esserci stati, visto questo potevo anche morire sereno). Il mio era anche un discorso di coscienza, poichè rifiutavo che un animale potesse essere abbattuto per rivestirmi, anche se pareva che questo non sempre fosse possibile, così che la carogna era ai miei piedi. Stavo buttato sul letto a leggere Nick Hornby o Bukowsky, cambiando disco ogni tanto. C'erano altri libri che avevo comprato perchè erano d'occasione, qualcosa mi era stato prestato: pagine e pagine ancora inviolate di Mishima, Goncarev, Joyce, Hemingway. Leggere era quasi un altro lavoro, ma non mi limitavo a questo, scrivevo anche. Qualcuno aveva definito il mio stike narrativo "minimalista", ma qualcun altro definiva minimalista la mia vita, perciò può darsi che ero proprio così senza farlo apposta: io pensavo solo di farmi i cazzi miei.
postato da: vonobox alle ore ottobre 04, 2005 22:25 | Permalink | commenti (1)
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martedì, ottobre 04, 2005
Questa storia avrebbe ispirato un buon blues ferroviario, sfortunatamente noi non eravamo bluesmen: la nostra canzone dovevamo scriverla ad un costo alto. Era così che finirono Robert Johnson e Jeffrey Lee? O forse il protagonista di quanto vado a raccontare era troppo mitteleuropeo nello spirito per questa roba? Va bene, ma non avrebbe dovuto schernirmi quando ascoltavo estasiato i Butthole Surfers scorreggiare nelle canzoni. Quel ragazzo non aveva capito che nella testa della gente c'è solo merda. Sapeva egli forse dell'esistenza di una lacca fatta con la cacca di mosca? No, tantomeno immaginava che un altro celebre gruppo aveva preso il nome da quel prodotto. Allora perchè disperarsi per una semplice storia d'amore, dico io? Lui comunque era un buon diavolo, un amico. Per diventare mio amico bisognava essere fissati con certa musica, altrimenti non c'era dialogo. Passavamo pomeriggi interi girando da un negozio di dischi all'altro, spendendo soldi fino a sera, cioè quelle poche banconote che la nostra condizione ci permetteva. Siamo onesti. Io e il mio amico eravamo anche delle "buone penne", come si dice in gergo, scrivevamo parecchio, racconti e articoli sulla musica che ci piaceva. Ben prima che noi potessimo rendercene conto effettivamente, i nostri scritti riscossero un buon successo nella rete. C'eravamo fatti un mezzo nome nel giro dei fanatici del del rock indipendente, eravamo ben sostenuti da un nostro seguito. Il suo gruppo preferito erano gli Smiths ed il mio i Pere Ubu, lui suonava la chitarra ed io la batteria. Era come se nei nostri caratteri ci fosse qualcosa di tanto inconciliabile da essere complementare. Avevo ben detto a quel ragazzo di tenere a freno i sentimentalismi. Quando si ritrovò coi bagagli davanti al suo treno era ormai troppo tardi per evitare la catastrofe: partiva per il paese, per una donna. Cosa si aspettava da quel viaggio non osava confessare a se stesso, sicuramente non il comfort, non in quelle dieci ore in seconda classe. Avevo preso quel suo stesso treno qualche volta, collegando anche diverse stazioni di Roma, e sapevo quale varietà umana ne affolava gli scompartimenti ed i corridoi: mi avevano dato l'impressione di un esercito di disperati diretti verso un incerto futuro, adesso c'era il mio amico tra loro, anche se non era chiaro neppure a lui cosa avrebbe fatto una volta giunto a destinazione. Cosa potevo fare io, quindi, per questo individuo a parte cercare vanamente di attaccare il telefono quando mi chiamava per raccontarmi i suoi problemi? Il nostro uomo ormai era andato per cercare di salvare la sua tormentata relazione a distanza. Mi arrivò una sua cartolina con una veduta di notte, "non sono mai stato così felice e così triste nello stesso posto come qui", scriveva. Dormiva in stanze in affitto, altrimenti trovava delle sistemazioni di fortuna. Frequentava molta gente, pur essendo sempre afflitto dalle sue preoccupazioni. Non so bene cos'altro fece in quel periodo, ma lo vidi tornare in città ridotto peggio di prima. Tanta fatica e non aver risolto niente aggravò la sua depressione. Divento' quasi un pendolare, cercava di riavvicinarsi alla sua bella e progressivamente rimbecilliva. Constatare quanto si fosse incretinito mi fece reagire malamente alla sua disperazione, fin quando non superai la soglia della sopportazione assuafacendomi all'orrore della condizione umana, a parte il fatto che avevo i cornflakes al posto delle palle grazie a questa storia. Passarono mesi, nulla parve mutare. Da qualche parte, trattenuto nel tempo e nella distanza dove si rivolgono desideri come domande la cui risposta è speculare, esistevano un uomo ed una donna felici insieme, solo che io cominciavo ad odiarli tutti e due. Ero ormai completamente impietoso. Il treno andava e veniva, nessuno scriveva questo blues ferroviario, nessuno respirava mitteleuropa, nessuno incontrava Iggy Pop e David Bowie come i Kraftwerk sul Trans Europa Express, Robert Johnson e soci rimanevano morti e sepolti. Siccome Testaccio non è Berlino, per lo più viaggiavamo in metropolitana e finora eravamo vivi, non demordemmo. Ce ne vuole per crollare veramente del tutto, spesso l'angoscia maggiore è generata dalla sopravvivenza ad un fatto doloroso, dopo di che si può anche tentare di reagire, in un modo o nell'altro. Le nostre conversazioni telefoniche si fecero di nuovo più distese, tornammo a parlare di musica, anche se il pover'uomo era pronto a partire di nuovo e non so con quale spirito lo facesse. Un martire. Ho letto che l'etimo di martire è "testimone", non è quello che sono io adesso?  E voi che leggete? Era un trappola perchè tutti fossimo pari in una condizione di svantaggio, tranne uno che in questo racconto ha davvero conosciuto l'amore di cui si parla.
postato da: vonobox alle ore ottobre 04, 2005 22:21 | Permalink | commenti (2)
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