Un mercato dell’usato.
Voci da scambi di battute tra commercianti:
“A Teré, affittala!”
“Ma che?”
Qualcosa di bofonchiato in risposta alla donna, risate.
“Che ce l’hai l’oro?”
“Si, quello di Bologna”
“Quello che si nasconde nella vergogna?”
Altre risate.
Quest’ultima non la sapevo, ma forse è troppo poco triviale per scuotermi, sebbene abbia il sapore di un motto antico per la sua forma pudibonda. Domando ad un uomo indicando un oggetto in mezzo ad altra merce “cos’è questo?”, “filodiffusione”. Filodiffusione, mi affascina, ma sarebbe inutile per chiunque. Prendo una videocassetta da 4 ore per registrare alcuni film dalla tv, è già usata ma costa un quarto di un nastro nuovo (nel migliore dei casi). Non sopporto la domenica, non chiedetemi perché, ho l’impressione che sia un giorno senza gioia, specie d’inverno. Forse ho paura di non sapere bene che fare col mio tempo libero, ho bisogno di strapparlo con la forza per attirarlo a me, di fare ciò che voglio quando ne sento davvero il bisogno. Non è strano che nel giorno del riposo tanta gente si accalchi in posti dove altre persone lavorano o si infiammi per cronache di gesta atletiche? Sto provando ad imporre a me stesso un programma di autodisciplina per disintossicarmi dal computer, come ho spiegato a mia madre che mi ha sorpreso concentrato (finalmente!) nella sola lettura di un volume. “Vedi”, ha detto lei a mio padre, “tuo figlio sta provando a disintossicarsi dal computer, perché non lo fai anche tu?”. Mio padre ha bofonchiato, poi sono andati a mettersi tutti e due davanti al televisore. Forse ho preso la mia decisione ispirato dai bozzetti ecologisti di “Sogni”, film a episodi di Akira Kurosawa. La delicata favola morale de “Il villaggio dei mulini”, in coda alla pellicola, ha accompagnato le mie ultime ore libere diurne del lunedì: il protagonista, un viaggiatore spintosi in un villaggio incontaminato dalla moderna tecnologia, indicando una lampadina pendente dal soffitto di una baracca buia, naturalmente spenta, domanda all’unico burino locale che abita quella landa “ma non avete l’elettricità qui?”, “no”. Come a dire “e che me lo chiede, percarità”, segue un pistolotto sulla vacuità ed i mali del progresso che può lasciare aperto un dibattito ma piace condividere nella poesia della sua semplicità. Ma allora la lampadina che cazzo ci stava a fare lì? Il Maestro Kurosawa mi perdoni dall’alto dei cieli per la mia insolenza. Qualsiasi uomo potrebbe svegliarsi una mattina e sentire il bisogno della fiodiffusione. Allungo una moneta da 2 euro all’uomo delle videocassette e prendo la mia E-240, che costa 1. “Mi scusi, il resto”, “ha ragione, ci provo sempre ma non sempre ci riesco, che vuol farci? Oggi volevo andarmene a casa con seimila euro, ma di questo passo…”. Col cazzo, anche se apprezzo l’audacia ed il mestiere d’imbonitore tutto.

