Periodo Bianco, esipodi perduti:
Amnesty report in Tiburtina
Un articolo scritto mal scritto da Vono sulla sera del concerto di Autonervous e Zars al Traffic.
(pubblicato originariamente su
Loveless il 22 Giugno del 2006).
L’effige antropomorfa del Bauhaus veduta su una maglia e un neppure esiguo congresso di nerovestiti estimatori delle lacche dal fissaggio forte, estinguono qualsiasi dubbio intorno al fatto che i set delle Autonervous richiamino frotte di gotici. In una serata del genere, gli apostati delle milizie indie, o i disertori completi, svettano tra la folla in virtù di un abbigliamento neutrale. Il Gringo (ricordiamo il suo recente ingresso nell’entourage di Love.Less con la recensione del film “Ingenui e Perversi”) indossa maglia e cappellino monocolori privi di loghi o scritte, indumenti che gli conferiscono l’aspetto di un personaggio da una vignetta della settimana enigmistica: il prototipo di individuo la cui foto, se non proprio lui, inviereste nello spazio volendo dire –ecco, questa è l’immagine di un tizio così-. Purtroppo alla Nasa non capiscono un cazzo e nello spazio hanno spedito una capsula con delle silouette umane probabilmente prese dall’insegna di un bagno pubblico, tosto allegando una copia del peggiore disco dei Pink Floyd da ascoltatarsi nell’autoradio con il gomito appoggiato fuori dal finestrino: roba che se un marziano trova quest’accozzaglia di stronzate, piuttosto che visitare la terra, preferisce infilarsi nel primo black hole che gli viene a portata di mano Io seguo a ruota il Gringo in quanto ad oscenità del vestiario, e lo faccio direttamente dallo scaffale delle offerte dell’Oviesse, avendo l’agio di possedere t shirts dalle scritte esecrande quali “veri confortable garment for evribbodi in de vuorld”, alla cui vista più d’uno ha affondato le dita nel vello tricotico. Ad ogni modo, si è qui per le Autonervous, progenie incestuosa originata da una saffica corrispondenza di amorosi sensi tra Malaria e the Vanishing. Aprono gli Zars, in odore di svolta risolutiva con la Tomlab: duo alla suicide composto da Alex Thompson e Alessandro La Padula. Il processo evolutivo conduce il gruppo dal minimalismo dei Cloudedd alla balera (disconight) romagnola, quasi un parallelismo attuale di certi ossimori post-moderni e post-antichi di Cccp. Ai giuochi d’intarsi minimali fatti di suoni scontrosi (di tastiere casio e computers stagionati) e ritmiche frammentate, la carcassa di un brano pop, si è sostituito un beat a cassa dritta meglio rifinito e le strutture sono divenute più lineari, che la danza ne trae giovamento e vigore: dall’etica punk di stanze da letto ove si pianificavano barricate, si è passatti all’attacco a testa bassa. Chi ha ascoltato le vecchie produzioni degli Zars si è forse trovato disorientato, ma devo dire che a livello di energia (benché il cambiamento in attto si debba registrare) continuano a funzionare molto bene e il declamato di Thompson è rimasto graffiante e a nervo scoperto. Per il duo è un momento è di transizione, vedremo che ci dirà il futuro. Salgono sul palco le Atonervous con un look da postribolo littorio, come qualcuno mi suggerisce: un altro duo, un altro set minimale costituito da computer, doppia voce e doppio sax. Evidenti i richiami alle cupezze di certi suoni gotici: dalla dark wave alla no wave più scorbutica, fino alla new wave più intellettuale. Certamente i trascorsi delle due musiciste non ci avevano indotto a pensare che stasera ci saremmo trovati di fronte a “Shiny happy people” o “Funinculì funincolà”, tetraggini che comunque non costituiscono un deterrente per i nostri padiglioni aurinculari. E’ un maledetto show, anche se un po’ in playback, o forse uno show maledetto: le Autonervous si contorcono, saltano, si percuotono vicendevolmente, si gettano a terra manco fosse un concerto dei Doors col piantone dei caraibinieri. Se bisogna fare spettacolo, che si faccia senza risparmio di sé. Davanti al palco si balla, perché, dopo tutto, questi pezzi dai suoni così duri hanno il loro porco groove.. Situazioni d’ogni genere accadono intorno a me: a destra mi arriva una voce che dice “è tutta roba niuorchese, funk deviato. Io ci sento il funk: no wave, James Brown …”, cui replico bravemente “ma che cazzo stai addì, me sa che t’hanno scambiato i cd nelle custodie”; a manca altri mi dicono “aò, ma non hai visto che quella ci stava provando con te?”. Al solito, se c’ero dormivo e se non dormivo scrivevo su Love-less (un destino nel nome). In mezzo a questo caos, il caos della musica che scivola da ogni definizione: una specie di ellettroclash dark, un po’ di Soft Cell (?), due colpi di Roxy Music (?), un friccico de industrial tutto pè noi. Insomma, alla fine non c’ho capito niente, tranne che la tizia dei Vanishing è proprio una bella figlia e che sono contento che esista Zero Magazine. Il concerto finisce e mi schiaffo alla fermata del notturno. Dopo poco arrivano tre ragazze che si mettono ad aspettare anche loro, un poco più in là. Di autobus non se ne vedono per un buon pezzo, nel frattempo un laido figuro ha l’infausta idea di avvicinarsi alle tipe e io mi metto in allarme togliendomi le cuffie per capire come si evolve la situazione ed intervenire nel caso degeneri: il gaglioffo domanda se le ragazze sono lì per fare della beneficenza a lui. Fallito il primo assalto, il figlio d’incerti natali, probabilmente corroborato dall’ingestione di generosi quantitativi di Gotto d’Oro, si ritira a studiare un'altra strategia. Prevenendolo, le ragazze mi si avvicinano chiedendo “scusa, possiamo stare qui?”: e che no. “Scusa, ma di autobus non ne passano?” fa una di loro, al che le chiarisco che “non lo so, io mica stò a aspettà: ho deciso de vive qua”. Poco dopo adocchiano un taxi fermo al semaforo e cercano con successo di strappare un passaggio non pagato: si precipitano all’interno della macchina. Ciao, ciao. Rimango alla fermata mentre la notte avanza impietosa.
Fine.
Vono.