sabato, agosto 19, 2006


Poesia breve: "il presutto" (da prendere in considerazione per il testo di un pezzo dei Talking Heads)

Il presutto,
se non lo mangi, si secca
e lo muori.
Non fate avanzare il presutto:
è già alle porte della città
e va fermato con ogni mezzo.
postato da: vonobox alle ore agosto 19, 2006 02:57 | Permalink | commenti
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lunedì, agosto 14, 2006


Intervallo-Abulia nel tinello.
postato da: vonobox alle ore agosto 14, 2006 02:12 | Permalink | commenti
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lunedì, agosto 07, 2006

Ero seduto in uno dei vagoni centrali del treno, avevo scelto un posto accanto al finestrino e rivolto nella direzione di marcia. Avevo perso la corsa precedente all'ultimo istante, in fase di partenza quando ero arrivato ad affacciarmi sulla banchina: le porte mi si erano chiuse in viso lasciandomi all'esterno. A causa di questo incidente, fui costretto ad attendere una mezz'ora buona l'arrivo del treno successivo. Conducevo meco l'apparecchio fotografico nella vaga speranza di ricavare qualche immagine di buona fattura dalla mia gita al mare, aspettativa che fu delusa a causa del mio contegno: poichè ero solo, mi sentivo in impaccio a far riprese, temendo che la gente potesse giudicarmi come uno stravagante. Alla terza fermata una ragazza venne a sedersi nel posto accanto al mio, la sorella (la giudicai tale in virtù di una somiglianza che lasciava pochi dubbi) occupò il posto di fronte a lei: indossavano tutte e due identiche canottiere rosse ed identici shorts bianchi. Erano giovani del tipo nordico: avevano capelli biondi tirati indietro e legati in una coda, carni bianche e rotonde. Erano molto graziose e mi sentii immediatamente a disagio. La madre, o qualunque grado di parentela occupasse, venne a prendere posto di fronte al mio e nel sedersi perse un poco l'equilibrio quasi cadendomi addosso, perchè in quell'istante il treno riprendeva la marcia con moti sussultori. L'episodio creò l'immediata ilarità delle tre donne e le due giovani mossero l'indice avanti e indietro nel gesto di redarguire scherzosamente la più anziana. Abbozzai qualche sorriso nel tentativo di disimpegnarmi, intanto sentivo la morsa cocente della vergogna ghermirmi. Dovetti evitare d'incrociare i loro sguardi per tutto il viaggio, assumendo una posizione poco o nulla confortevole che non mancò di causarmi un immediato fastidio al collo: con la testa girata dalla parte del finestrino per tutto il tempo. Decisi di scendere a qualsiasi fermata successiva alla loro, per non avere l'imbarazzo di dovergli domandare di farmi spazio permettendomi di uscire. Fedele ai miei propositi, discesi alla stazione della pinetina, i posti accanto al mio si erano liberati. Mi domandavo se sarei davvero riuscito a fare qualche foto.
postato da: vonobox alle ore agosto 07, 2006 02:27 | Permalink | commenti
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giovedì, agosto 03, 2006
Periodo Bianco, esipodi perduti:


Amnesty report in Tiburtina

Un articolo scritto mal scritto da Vono sulla sera del concerto di Autonervous e Zars al Traffic.
(pubblicato originariamente su Loveless il 22 Giugno del 2006).



L’effige antropomorfa del Bauhaus veduta su una maglia e un neppure esiguo congresso di nerovestiti estimatori delle lacche dal fissaggio forte, estinguono qualsiasi dubbio intorno al fatto che i set delle Autonervous richiamino frotte di gotici. In una serata del genere, gli apostati delle milizie indie, o i disertori completi, svettano tra la folla in virtù di un abbigliamento neutrale. Il Gringo (ricordiamo il suo recente ingresso nell’entourage di Love.Less con la recensione del film “Ingenui e Perversi”) indossa maglia e cappellino monocolori privi di loghi o scritte, indumenti che gli conferiscono l’aspetto di un personaggio da una vignetta della settimana enigmistica: il prototipo di individuo la cui foto, se non proprio lui, inviereste nello spazio volendo dire –ecco, questa è l’immagine di un tizio così-. Purtroppo alla Nasa non capiscono un cazzo e nello spazio hanno spedito una capsula con delle silouette umane probabilmente prese dall’insegna di un bagno pubblico, tosto allegando una copia del peggiore disco dei Pink Floyd da ascoltatarsi nell’autoradio con il gomito appoggiato fuori dal finestrino: roba che se un marziano trova quest’accozzaglia di stronzate, piuttosto che visitare la terra, preferisce infilarsi nel primo black hole che gli viene a portata di mano Io seguo a ruota il Gringo in quanto ad oscenità del vestiario, e lo faccio direttamente dallo scaffale delle offerte dell’Oviesse, avendo l’agio di possedere t shirts dalle scritte esecrande quali “veri confortable garment for evribbodi in de vuorld”, alla cui vista più d’uno ha affondato le dita nel vello tricotico. Ad ogni modo, si è qui per le Autonervous, progenie incestuosa originata da una saffica corrispondenza di amorosi sensi tra Malaria e the Vanishing. Aprono gli Zars, in odore di svolta risolutiva con la Tomlab: duo alla suicide composto da Alex Thompson e Alessandro La Padula. Il processo evolutivo conduce il gruppo dal minimalismo dei Cloudedd alla balera (disconight) romagnola, quasi un parallelismo attuale di certi ossimori post-moderni e post-antichi di Cccp. Ai giuochi d’intarsi minimali fatti di suoni scontrosi (di tastiere casio e computers stagionati) e ritmiche frammentate, la carcassa di un brano pop, si è sostituito un beat a cassa dritta meglio rifinito e le strutture sono divenute più lineari, che la danza ne trae giovamento e vigore: dall’etica punk di stanze da letto ove si pianificavano barricate, si è passatti all’attacco a testa bassa. Chi ha ascoltato le vecchie produzioni degli Zars si è forse trovato disorientato, ma devo dire che a livello di energia (benché il cambiamento in attto si debba registrare) continuano a funzionare molto bene e il declamato di Thompson è rimasto graffiante e a nervo scoperto. Per il duo è un momento è di transizione, vedremo che ci dirà il futuro. Salgono sul palco le Atonervous con un look da postribolo littorio, come qualcuno mi suggerisce: un altro duo, un altro set minimale costituito da computer, doppia voce e doppio sax. Evidenti i richiami alle cupezze di certi suoni gotici: dalla dark wave alla no wave più scorbutica, fino alla new wave più intellettuale. Certamente i trascorsi delle due musiciste non ci avevano indotto a pensare che stasera ci saremmo trovati di fronte a “Shiny happy people” o “Funinculì funincolà”, tetraggini che comunque non costituiscono un deterrente per i nostri padiglioni aurinculari. E’ un maledetto show, anche se un po’ in playback, o forse uno show maledetto: le Autonervous si contorcono, saltano, si percuotono vicendevolmente, si gettano a terra manco fosse un concerto dei Doors col piantone dei caraibinieri. Se bisogna fare spettacolo, che si faccia senza risparmio di sé. Davanti al palco si balla, perché, dopo tutto, questi pezzi dai suoni così duri hanno il loro porco groove.. Situazioni d’ogni genere accadono intorno a me: a destra mi arriva una voce che dice “è tutta roba niuorchese, funk deviato. Io ci sento il funk: no wave, James Brown …”, cui replico bravemente “ma che cazzo stai addì, me sa che t’hanno scambiato i cd nelle custodie”; a manca altri mi dicono “aò, ma non hai visto che quella ci stava provando con te?”. Al solito, se c’ero dormivo e se non dormivo scrivevo su Love-less (un destino nel nome). In mezzo a questo caos, il caos della musica che scivola da ogni definizione: una specie di ellettroclash dark, un po’ di Soft Cell (?), due colpi di Roxy Music (?), un friccico de industrial tutto pè noi. Insomma, alla fine non c’ho capito niente, tranne che la tizia dei Vanishing è proprio una bella figlia e che sono contento che esista Zero Magazine. Il concerto finisce e mi schiaffo alla fermata del notturno. Dopo poco arrivano tre ragazze che si mettono ad aspettare anche loro, un poco più in là. Di autobus non se ne vedono per un buon pezzo, nel frattempo un laido figuro ha l’infausta idea di avvicinarsi alle tipe e io mi metto in allarme togliendomi le cuffie per capire come si evolve la situazione ed intervenire nel caso degeneri: il gaglioffo domanda se le ragazze sono lì per fare della beneficenza a lui. Fallito il primo assalto, il figlio d’incerti natali, probabilmente corroborato dall’ingestione di generosi quantitativi di Gotto d’Oro, si ritira a studiare un'altra strategia. Prevenendolo, le ragazze mi si avvicinano chiedendo “scusa, possiamo stare qui?”: e che no. “Scusa, ma di autobus non ne passano?” fa una di loro, al che le chiarisco che “non lo so, io mica stò a aspettà: ho deciso de vive qua”. Poco dopo adocchiano un taxi fermo al semaforo e cercano con successo di strappare un passaggio non pagato: si precipitano all’interno della macchina. Ciao, ciao. Rimango alla fermata mentre la notte avanza impietosa.

Fine.

Vono.
postato da: vonobox alle ore agosto 03, 2006 17:23 | Permalink | commenti (1)
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giovedì, agosto 03, 2006


Soverchie
doglianze e indolenze
al mio capezzale
Non è un male
quel che langue nei recessi dell'animo
ma quel che si chiama a risolverne l'espressione
Potremmo intrecciare
i nostri sguardi
come fiori su una pergola
in un'aiuola giapponese,
ma io non vedo la felicità per me
e per questo.
Soggetto della maschera dei propri interessi
la laidezza come un affare privato
Perdere il senno
o prendere sonno,
carpire i prodromi
di una rivoluzione di sistema,
ma nulla in ossequio a un sentimento di vacillante vivificazione
a una prova apodittica,
un assioma.


Nota al testo: mi piacciono gli incompiut
postato da: vonobox alle ore agosto 03, 2006 17:06 | Permalink | commenti
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giovedì, agosto 03, 2006
De redurn ov thedrammanscin. Storiell'lampo:;.



Continuavo a vivere nel presagio della disillusione rispetto alla possibilità di elevarmi dall'esecranda condizione di medietà della mia vita. Era questo presentimento peggiore della catastrofe, per quanto cercassi di soffocare l'irrequietudine negandone a me medesimo il potere soverchio, tanto più ne affermavo il dominio sulla mia intelligenza. Iniziai sempre più a diffidare dei miei desideri, accettavo senza emozione che le mie ambizioni e i miei sogni fossero delusi. Ogni forma concreta di eversione mi pareva una fantasia, alcunchè di affatto distante dalla mia natura: in tal modo rinunziavo per sempre a partecipare alla vita adulta di un individuo capace di badare a se e, insieme a dette cose, ad ogni entusiasmo per i fatti del mondo. La fine senza una fine nè un fine: lo spugnoso orrido morale che suggeva ogni mia linfa proiettamdomi nel numero del limbo di quanti non ebbero e non avranno coscienza di essere, dentro il prodromo costante di un avvento o di un coito, di un' infermità che si potrebbe perfino giungere ad invocare come soluzione all'inedia. Mi sollevai dal letto e feci una rapida ricognizione della stanza con lo sguardo: mi diede l'impressione di essere un pallido ricetto delle mie passioni subordinate ai limiti dello spazio, sebbene questo mi sembrasse logico e dunque perfettamente accettabile.
postato da: vonobox alle ore agosto 03, 2006 16:12 | Permalink | commenti
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giovedì, agosto 03, 2006


La festa di compleanno (versione rivisitata all'aspartame).

6 giugno 20...

Ormai il passaggio tra il giorno e la notte, così come l’avvicendarsi delle stagioni e, in ultima analisi, tutto quello che dovrebbe essere il naturale ordine delle cose s’è andato rovesciando: continuo a vivere nel 6 giugno 20… Oggi ricorre il mio genetliaco, i miei amici ci tenevano a festeggiare, del resto non perdono mai occasione per far baldoria. Aspetto che arrivino da un istante all’altro, non senza inquietudine: Dio sa di che sono capaci se e quando smarriscono la misura.

6 giugno 20…

Tra poco arriveranno i miei amici: attendo con ansia la loro visita, che dico, la loro irruzione molesta. Sono triste e benchè oggi sia la mia festa, questo, anzi, è tutt’altro che un conforto e ormai non ha semplicemente più alcun senso. Che volete che m’importi dell’età quando continuo a vivere lo stesso giorno perpetuamente. Quel che peggio è dover fingere allegrezza di fronte agli altri: ma perchè tra tante date deve capitarmi di essere intrappolato proprio in questa?

6 giugno 20…

Ho cercato di dormire un pò, di modo che le ambasce non s’impadronissero ancora di me, ma il mio sonno pareva quello di un reo, sebbene sia altro che la colpa (tzè, ma questa sarebbe una bazzecola al confonto) quello di cui bisogna rispondere di fronte all’implacabile tribunale della coscienza. Bisogna ammettere che questa situazione m’è divenuta intollerabile, anche se (o proprio in virtù del fatto constatato che) non devo più guardare alla morte come limite ultimo del dominio di me. Mi sembra di rivivere me stesso come guardato nella luce di una stella estinta nello spazio entro l’arazzo del cielo ed avere la certezza intangibile, per l’inganno della nostra fragile costituzione, di essere ancora lì. Era proprio la luce di quella stella, che sortiva come una patetica immagine dalle mie congetture, a spezzare l’ombra dove il sonno consolatore vorrebbe latere dall’insidia.

6 giugno 20…

Ricordo che d’improvviso s’è fatto buio, forse era il medesimo buio che ancora non riesce ad essere l’oblio della mia coscienza. Qualcuno aveva spento la luce nella stanza e subito un altro era venuto trasportando la torta irradiante una luce nuova dalle candeline. Era il giorno del mio compleanno. Adesso avrei dovuto estinguere col mio fiato l’esigua luminaria costituita dal dolce, non prima comunque di aver espresso il desiderio di rito.

6 giugno 20…

Oggi, per una disgraziata congiunzione di eventi, è il giorno del mio compleanno. Ho sognato una stella che mi parlava con un linguaggio fatto di sola luce, ma io comprendevo tutto come se avessi una completa familiarità con quello strambo idioma: “non guardarti dai desideri per smettere di desiderare”. La luce era un punto distinto rimbalzato sul mio bulbo oculare che veniva lentamente allargandosi fino ad accecarmi completamente.

6 giugno 20…

Era il giorno del mio compleanno. Qualcuno arrivò con la torta e tutti cantarono con rada mancanza di grazia. “Aspetta, prima di spegnere le candeline devi esprimere un desiderio”. Sudavo freddo, mi sembrava di ricordare molto indistintamente, come un pensiero circonfuso da una cortina impenetrabile di luce incolore, qualcosa riguardo ai desideri. Indugiavo. “Su, forza: l’hai espresso questo desiderio, vecchio?”, sentii dire da alcuno la cui voce mi parve indistinguibile e impersonale, quasi fosse un complemento dell’arredamento di quell’istante sospeso. Qualcosa, come un punto di luce riflesso sui miei bulbi oculari, mi era intollerabile e mi paralizzava, ma sono sicuro che non proveniva dall’estermo, poichè avevo la sicurezza superiore che non si sarebbe spento neppure sotto le palpebre. Purchè tutto finisse e per far felice ognuno, avrei anche pensato qualcosa come “cento di questi giorni” e poi finalmente soffiato sulle candeline, è che io (in tutta onestà) ho sempre detastato le feste di compleanno.
postato da: vonobox alle ore agosto 03, 2006 16:05 | Permalink | commenti
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